Con una sentenza destinata a lasciare il segno la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il limite massimo di sei mensilità previsto per l’indennità risarcitoria nelle piccole imprese (sino a 15 dipendenti) in caso di licenziamento illegittimo. Una decisione che potrebbe rimettere in moto il dibattito già recentemente aperto dai referendum dell’8 e 9 giugno 2025.
Sino ai giorni scorsi la legge era chiara: per i datori di lavoro con non più di 15 dipendenti, l’indennizzo per licenziamento illegittimo non poteva superare le sei mensilità. Ma secondo la Consulta questo tetto “fisso e insuperabile”, indipendentemente dalla gravità del vizio del licenziamento, è costituzionalmente inadeguato. Il giudice, infatti, viene privato della possibilità di commisurare la sanzione alle circostanze concrete del caso, impedendo un ristoro effettivamente equo per il lavoratore.
Non solo. La Corte ha anche sottolineato come tale limite svuoti di significato la funzione dissuasiva dell’indennità: troppo bassa per scoraggiare comportamenti illeciti da parte dei datori di lavoro, specie nelle realtà aziendali che, pur con pochi dipendenti, vantano bilanci di tutto rispetto. La Corte richiama il Parlamento a un intervento riformatore: l’auspicio è quello di superare il criterio esclusivo del numero dei dipendenti come unico indicatore della forza economica dell’azienda, tenendo conto anche di altri elementi, come bilancio e fatturato, per calcolare la congruità dell’indennità. Con la pronuncia del 21 luglio scorso, il panorama normativo potrebbe cambiare radicalmente e le indennità dovute dai “datori minori” potrebbero non essere più vincolate al tetto delle sei mensilità. Pur rimanendo invariata la logica di proporzionalità rispetto alle grandi imprese – dove il range va da 6 a 36 mensilità – la forbice potrebbe allargarsi sensibilmente anche per le piccole realtà.

«L’eventuale modifica proposta dalla Corte preoccupa le imprese – ha fatto sapere Alessandro Franco, Segretario Generale FederTerziario – anche quelle straniere che operano in Italia con strutture snelle ma investimenti consistenti, perché il rischio di un contenzioso dal peso imprevedibile (e spesso ingiustificato) rende ancora più opaco e aleatorio il terreno dei licenziamenti, già da anni ostaggio di una normativa frammentata e, per molti, anacronistica. A tale perplessità – ha proseguito Franco – si aggiunge la circostanza, non trascurabile, che le sentenze in materia di lavoro sono esecutive già dal primo grado di giudizio e che, quindi, tra la sentenza di I grado e il passaggio in giudicato del contenzioso, potrebbero determinarsi consistenti esborsi economici, tali da mettere in crisi l’azienda anche laddove la stessa dovesse dimostrare la legittimità del proprio operato. Nel caso in cui si verificasse l’ipotesi appena prospettata, anche il recupero delle eventuali somme corrisposte potrebbe risultare particolarmente difficoltoso».
Insomma, il messaggio è chiaro: la disciplina dei licenziamenti va ripensata in modo organico, prima che il vuoto normativo si traduca in un far west giurisprudenziale dove a pagare il prezzo siano imprese, lavoratori e, in ultima analisi, l’affidabilità del sistema Italia. In questo nuovo contesto, le imprese – soprattutto le filiali di multinazionali e le MPMI con strutture HR snelle – devono ripensare subito le proprie strategie di gestione del personale. Il primo passo è la formazione aggiornata dei responsabili risorse umane e la consulenza preventiva con professionisti legali per evitare scelte che possano tradursi in esborsi insostenibili o vertenze senza fine.









