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Non bisogna sprecare le risorse dei fondi strutturali, è necessaria una revisione per aiutare l’economia italiana rispetto alla crisi economica generata da Covid19

Fondi strutturali non spesi o spesi male

Nella programmazione comunitaria in corso, 2014-2020, il bilancio europeo e le risorse addizionali nazionali, stanziate attraverso il fondo di rotazione ed i bilanci regionali, hanno previsto complessivamente 144,8 Miliardi di euro. Si tratta di risorse che rientrano nei fondi strutturali (FESR, FSE, FEASR, FEOGA), Fondo di Sviluppo e coesione (FSC), programmi complementari (POC/PAC).

In particolare i Fondi strutturali, finalizzati all’attuazione della c.d. politica di coesione, negli ultimi anni sono stati utilizzati male o non utilizzati affatto per le finalità per le quali erano stati pensati.

La politica e la pubblica amministrazione italiana chiamata a gestire questa ingente somma di denaro che doveva servire ad alimentare riforme strutturali e creare coesione, in maniera progressiva hanno trascurato questa missione. Nella dialettica comune passa come cosa scontata che l’Italia non è in grado di spendere le risorse comunitarie secondo le regole predefinite.  Si tratta di investimenti addizionali rispetto a quelli statali, in infrastrutture, tecnologie quali la banda larga, ricerca, istruzione e formazione, solo per citare alcuni ambiti.

Non spendiamo tutto e soprattutto spendiamo male.

Ursula von der Leyen, in piena gestione della crisi Covid 19, annuncia una importante ed attesa apertura per la revisione della regola sugli aiuti di Stato, in modo da poter utilizzare in maniera anticiclica supporti finanziari diretti per le imprese. Allo stesso tempo nel preannunciare una “iniziativa per gli investimenti” dedicata all’Italia per rispondere alla crisi Covid 19, ci informa” che ci sono per l’Italia fondi strutturali inutilizzati. L’Italia dice, citando il comunicato stampa,  li avrebbe dovuti restituire – ed ha sottolineato – abbiamo deciso invece di lasciarveli, per spenderli dove saranno più utili. Per esempio sul mercato del lavoro. Sono undici miliardi. Credo che sia un pacchetto di misure utili ad affrontare la crisi economica”. Non verranno quindi stanziate nuove risorse ma dovremo utilizzare bene quelle che avremmo dovuto già spendere.

E’ possibile quindi per un paese come l’Italia aver lasciato nel cassetto 11 miliardi di euro che afferiscono, badate bene, alle annualità sino al 2019? Parliamo quasi della metà della misura anticrisi appena stanziata (25 miliardi) che per l’Italia andrà a generare debito, mentre i fondi strutturali sono risorse c.d. libere, fuori dalla gestione del bilancio da spendere non a debito, ma provengono in ogni caso dal nostro contributo alla politica di coesione, quindi non spenderli è un vero delitto. Continuare a non utilizzare o utilizzarle male questi soldi è particolarmente dannoso soprattutto adesso dove l’Italia, al pari degli altri stati, è chiamata ad elaborare un piano paragonabile ad una ripresa post bellica.

Per intenderci, quei soldi servivano ad attuare il piano digitale, a finanziare ricerca e formazione, a supportare l’innovazione di piccole e medie imprese, a supportare le attività del terzo settore, oltre che completare infrastrutture strategiche. 

Per capire il danno fatto, oggi i bambini che hanno necessità di seguire lezioni a distanza e che vivono in zone del paese non raggiunte dalla banda larga o semplicemente dal segnale internet, non possono farlo, così come le aziende hanno problemi a gestire lo smart working ed utilizzare le tecnologie basate sulle reti. Tutte conseguenze di investimenti non fatti. Nel 2018, alla scadenza del primo periodo di rendicontazione l’Italia è stata capace di mandare in disimpegno il Programma operativo sulla ricerca, quindi non abbiamo speso soldi per le nostre università e per i nostri centri di ricerca e nonostante tutto i nostri ricercatori sono tra i migliori al mondo.

E’ quindi necessario ed improrogabile interrompere subito questo stato di cose e rendere disponibili ed accessibili i soldi dei fondi strutturali, non solo gli 11 miliardi che già rischiamo di perdere, come ci ha ricordato la presidente della Commissione Europea  ma anche quelli che risultano ancora da impiegare, programmati secondo logiche ordinarie e priorità di ben 7 anni fa.

Bisogna cogliere l’apertura dell’UE per dar luogo ad una revisione emergenziale dell’impiego dei fondi strutturali per le ultime tre annualità della programmazione 2014-2020, che si chiuderà nel 2023 in considerazione della regola dell’ N+3 (che prevede di dover spendere entro 3 anni le somme impegnate nelle singole annualità-N). Bisogna quindi concorrere con le ingentissime risorse ancora da impegnare e da spendere ad un piano per la gestione della seconda fase di questa crisi.

Per capire di cosa parliamo proviamo a sintetizzare i numeri che afferiscono agli importi, spesi e da spendere da qui al 2023.

La Politica coesione per il periodo 2014 2020 aveva stanziato con il Bilancio comunitario 351, 8 Miliardi.

All’Italia sono stati assegnanti, nel complesso dei soli Fondi strutturali (FESR, FSE, FEASR, FEAMP) 44, 8 Miliardi, senza considerare quindi le ulteriori risorse del FSC e Programmi complementari citati all’inizio. 

Alla dotazione di oltre 44 Miliardi del bilancio comunitario, in funzione del principio di addizionalità sono stati aggiunti:

24 Miliardi di euro (stanziati con la Legge di stabilità 2014) attraverso il Fondo di rotazione per la quota di cofinanziamento nazionale;

4,4 Miliardi di risorse provenienti dai bilanci regionali, sempre come quota obbligatoria di cofinanziamento.

Parliamo quindi di una dotazione nel settennio 2014-2020, già spesi e da spendere entro il 31 dicembre 2023 di oltre 73,2 miliardi di euro.

Secondo i dati ufficiali dell’ultima rilevazione, il monitoraggio dei Programmi dei soli fondi strutturali FESR, FSE, impiegati attraverso Programmi Operativi Nazionali (PON) e Programmi Operativi Regionali (POR), quindi ad esclusione dei fondi FEASR e FEAMP (settori agricoltura e pesca) mostra i seguenti valori:

Programmi/Fondo Programmato 2014/2020 Impegni
dei progetti
Pagamenti
dei progetti
Impegni / Program.to  (%) Pagamenti / Programmato % Pagamenti /impegni
PON-POR/FSE -FESR 53.238.293.934,00 31.036.786.274,60 16.552.428.830,55 58% 31% 53%

 

Incrociando alcuni dati emerge che devono ancora essere impegnate il 42% delle risorse programmate, ossia 22,2 Miliardi e che rispetto agli impegni già assunti devono essere ancora spese il 47% delle risorse.

Stiamo in ogni caso considerando i dati attinenti agli aspetti esclusivamente finanziari, mentre sarebbe opportuno verificare cosa si sta facendo con i progetti per i quali già risultano impegni e che quindi sono in corso di realizzazione. Progetti che arrancano o che non hanno obbiettivi concreti andrebbero immediatamente reindirizzati, liberando risorse per cose utili.

Per avere un primo approssimativo quadro di cosa si sta facendo con i soldi già impegnati soccorre in aiuto il portale open coesione https://opencoesione.gov.it/it/risorse_2014_2020/  dove è possibile, con un back ground forse da addetti ai lavori, leggere di che progetti si tratta. Nella maggior parte dei casi non è possibile per il comune cittadino avere contezza dell’impiego dei fondi strutturali soprattutto in termini di risultati concreti. Trasparenza ed open data sono altra cosa.

Ma se vogliamo dare un contributo fattivo in una nuova ottica collaborativa e necessaria, dobbiamo capire come fare ad invertire la rotta e quindi chiederci perché il sistema Italia nella classifica dell’impiego dei fondi strutturali è agli ultimi posti tra i paesi europei. In una delle ultime rilevazioni, tra gli Stati membri, la Finlandia registra il maggior numero di risorse spese (64%), seguita da Irlanda e Lussemburgo (55%), Austria e Svezia (51%). L’Italia (29% ora 31%) è in fondo alla classifica insieme a Grecia (28%), Croazia (27%), Spagna e Slovacchia (25%).

Il ritardo si riscontra tra l’altro anche rispetto alla precedente programmazione 2007 -2013 per non parlare della programmazione 2000-2006 dove l’Italia era risultata tra i paesi più efficienti, almeno nella spesa.

 

I difetti e i limiti nell’utilizzo dei fondi UE

L’impiego dei fondi strutturali passa attraverso una programmazione nazionale che prevede Programmi operativi nazionali (PON) gestiti da amministrazioni centrali e Programmi operativi regionali (POR) gestiti dalle regioni e prima ancora consultazioni, comitati e accordi di partenariato, regolamenti comunitari che ne definiscono le regole di gestione. Questi fondi devono essere impiegati nel rispetto di rigide regole europee e della normativa nazionale applicabile. È quindi necessario poter contare su una classe politica “illuminata” rispetto agli input che deve dare al livello amministrativo e poter contare su una pubblica amministrazione preparata e con valide competenze, dovendo presidiare una materia complessa come la gestione dei fondi strutturali. Sono infatti necessarie capacità manageriali, competenze sulle politiche pubbliche, conoscenza delle norme, capacità di gestire per progetti. Capacità e competenze che la pubblica amministrazione ha progressivamente perso a causa di scarsi investimenti nella formazione e nella c.d. capacity building. A questo si aggiunge una normativa sugli appalti pubblici, di lavoro e servizi che rappresenta il principale riferimento per l’attuazione dei fondi strutturali ma che mostra evidenti limiti ed incide con procedure farraginose, tempi biblici di attuazione e coinvolgimento dei responsabili amministrativi in responsabilità civili e penali che rallentano di fatto l’azione amministrativa. 

La conseguenza, osservando come i fondi strutturali sono stati impiegati, è sintetizzabile sicuramente nella difficoltà ad esperire procedure di gara, soprattutto per gli importi sopra soglia comunitaria dove nella migliore delle ipotesi una gara può andare a conclusione non prima di otto mesi. Di conseguenza c’è il ricorso a procedure alternative alla gara, quali accordi con altre amministrazioni, affidamento ad enti in house e società controllate, sino al ricorso ai c.d. progetti coerenti (già progetti sponda) ai quali ormai si ricorre sistematicamente in prossimità della fine dell’anno, per non perdere le risorse che non si è riusciti o non si è stati in grado di impegnare.

Alla luce della proposta della presidente della Commissione europea, è necessario ed improrogabile per il governo cogliere l’apertura data e mettere in atto un piano di azione per reindirizzare l’impiego dei fondi strutturali con un’azione coordinata, inclusiva, anche con modifiche normative (ci riferiamo in primis al codice appalti o deroghe) anche ascoltando i corpi intermedi, le PMI il mondo della ricerca e tutti coloro i  quali possano concorrere con idee concrete per rendere efficiente la macchina pubblica e realizzare azioni concrete necessarie per gestire il post crisi Covid19.

 

Riorientiamo e utilizziamo subito la programmazione 2021-2027

Un’altra potenziale emergenza riguarda la programmazione 2021-2027 in queste settimane si stanno definendo le priorità e i programmi dei fondi relativi al prossimo settennio. E’ importante data la situazione eccezionale lasciare liberi gli stati con riferimento alle risorse soprattutto dei primi tre anni per intervenire nella ricostituzione del tessuto produttivo e lavorativo e per indirizzare le risorse degli anni successivi al rilancio economico e alla competitività. L’ammontare complessivo delle risorse comunitarie a disposizione sarà pari a 1.135 miliardi di euro, con un aumento di quasi il 30% rispetto al periodo 2014-2020. l’Italia vede aumentare del 6% la quota di fondi a propria disposizione rispetto alla passata programmazione, con 43,4 miliardi di sola quota comunitaria. Il governo deve assicurare il recepimento di quanto già la nuova normativa prevede, ossia Programmi più semplici, deve rendere più chiara e coerente la struttura della programmazione rispetto agli obiettivi dell’Unione Europea, ridurre la burocrazia, consentire controlli più semplici. In particolare per le PMI, dovrà essere assicurato che le verifiche saranno effettuate solamente a livello nazionale, escludendo l’ambito europeo, recependo il principio dell’audit unico.

Ma soprattutto è necessario saper orientare le scelte di programmazione in armonia che le esigenze, reali, attese per il post crisi Covid19.

Nicola Patrizi

Presidente Federterziario

L’articolo del Sole24 Ore del 22 marzo 2020 nel quale vengono riprese le osservazioni FederTerziario

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